Emergenza clima, l’allarme dell’ IPCC: quando le parole non bastano

“Ne uccide più la penna che la spada” la saggezza popolare ci mette in guardia sul potere delle parole. E quelle degli esperti di clima ci avvertono di un pericolo da non sttovalutare: proprio in questi giorni a Copenaghen, è stata infatti resa nota la sintesi finale del 5° Rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Dopo il “Mitigation of Climate Change” nell’aprile 2014, l’ “Impacts, Adaptation and Vulnerability” del marzo 2014 e il “Physical Science Basis” nel settembre 2013;  il “Synthesis Report” costituisce un documento di estrema importanza, frutto di sette anni di lavoro di oltre mille scienziati provenienti da 160 Paesi del mondo.
Uno studio che dipinge un ritratto del nostro pianeta estremamente allarmante: gli scienziati sono convinti che il rapido innalzamento di 0,85°C della temperatura della superficie terrestre e degli Oceani, tra il 1880 e il 2012, sia dovuto alla l’aumento dei gas serra, che hanno raggiunto una concentrazione nell’atmosfera ai massimi livelli da 800.000 anni. Questa concentrazione a sua volta sarebbe motivata dalla nostra dipendenza alla combustione di carboni fossili e dalla deforestazione che ne impedisce lo smaltimento. L’influenza dell’uomo sul sistema climatico è chiara ed in aumento, con delle incidenze osservate su tutti i continenti: insomma il cambiamento climatico è una realtà, preoccupante, già da ora.
Tuttavia sarebbe ancora possibile intervenire per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia limite dei 2°C: occorre dare però un taglio deciso alle emissioni che andranno ridotte del 40-70% fra il 2010 e il 2050, e portate a 0 entro il 2100. Tra 100 anni puntiamo dunque all’eliminazione totale dei combustibili fossili, ma già in questa decade bisognerà affrontare una riduzione importante delle emissioni a livello globale, resa necessaria dal fatto di aver quasi esaurito il nostro “carbon budget”. Il tempo stringe e l’inazione sarà molto più costosa: «L’influenza umana sul sistema climatico è chiara, dobbiamo agire rapidamente e in modo decisivo, e abbiamo i mezzi per limitare cambiamenti climatici e costruire un futuro migliore.» ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
Ora la palla passa ai governi che devono attuare delle azioni concrete anche perché, come ha sottolineato il presidente dell’Ipcc, M. R. K. Pachauri, queste problematiche toccano sensibilmente le fasce più svantaggiate, compromettendo inoltre la lotta alla povertà: «Le limitazioni degli effetti dei cambiamenti climatici pongono dei problemi di equità e di giustizia: le persone più vulnerabili ai cambiamenti cimatici sono quelle che hanno contribuito e contribuiscono  meno alle emissioni di gas serra.» Il segretario di Stato John Kerry, inoltre, ha messo in guardia chi prende sottogamba questi dati: «Chi contesta gli studi sul clima mette in pericolo le future generazioni.» ha infatti affermato. Eppure, nonostante tutti i ministri delle nazioni coinvolte si siano affrettati a rilasciare dischiarazioni sull’importanza di azioni immediate e concrete, la settimana di incontri a Copenaghen ha visto una frattura tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo: il disaccordo sui livelli di riscaldamento globale considerati pericolosi ha determinato l’omettere alcune parti di testo. Con disappunto degli scienziati, ad esempio, la parola ‘pericoloso’ compare infatti solo due volte nel testo ufficiale, invece che le sette volte delle bozze precedenti.
Insomma, ad un mese dal convegno di Lima, dove si riunirà la Conferenza delle Parti ONU sul Clima, e verrà affrontato il legame tra la deforestazione e il cambiamento climatico in vista di Parigi 2015, in quella che è l’epoca dei tweet, sembra purtroppo che la guerra al riscaldamento globale si faccia ancora solo a parole.

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