La pulizia dei fiumi..secondo Shakespeare

“Pulire o non pulire? Questo è il problema.”
L’amletico dubbio, in linea con le previsioni meteo di questi giorni e con le tragiche ARGINIconseguenze del maltempo, si è evoluto in un acceso dibattito legato alla pulizia degli argini e degli alvei dei corsi d’acqua.
Un’operazione sostenuta da molti come estremamente necessaria al fine di garantire il corretto defluire delle acque, specialmente nel caso di eccezionali precipitazioni. Gli alberi dovrebbero generalmente venir tagliati lasciando intatta la ceppaia, cosicché, nel giro di qualche mese, le piante possano riprendere a crescere. Secondo i sostenitori di questi interventi, infatti, sugli argini non ci dovrebbe essere né il deserto, che al pari della cementificazione accelera lo scorrere delle acque; né un bosco, perché ne impedirebbe il deflusso. La vegetazione giovane e flessibile, al contrario, sarebbe l’ideale perché aumenta la ‘scabrezza’, termine tecnico che in fluidodinamica descrive “l’insieme delle irregolarità superficiali che determinano la resistenza al moto di un fluido”.
C’è però anche chi solleva perplessità su questo tipo di operazioni: in più di un’occasione Legambiente ha infatti puntato il dito su eventuali conseguenze dal punto di ambientale, paesaggistico ed archeologico. Le critiche, negli anni passati, sono state rivolte soprattutto al taglio raso e indiscriminato della vegetazione la cui presenza migliora la qualità dell’acqua, favorisce la presenza di habitat e popolazioni animali, ma soprattutto stabilizza le sponde, ricoprendo solo raramente una funzione ostruttiva e dunque potenzialmente pericolosa. Gli ambientalisti sostengono addirittura che un taglio non selettivo, là dove le condizioni idrogeologiche e morfologiche sono più delicate, potrebbe avere conseguenze opposte a quelle sperate:  in caso di piogge intense e piene improvvise le rive, non più ricoperte dalla preziosa vegetazione, consentirebbero all’acqua, non più rallentata, di acquistare grande velocità erodendo pericolosamente le sponde. Inoltre le rive dei fiumi e delle acque pubbliche sono considerate dalla legge aree soggette a tutela paesaggistica nel limite dei 150 metri dalle sponde: zone dunque interessate a norme di legge speciale.
Il dubbio diventa dunque ancor più ambiguo se si affronta la questione delle competenze legali: se vanno puliti i fiumi chi se ne deve occupare concretamente?
In Lombardia è attiva da alcuni anni l’operazione “Fiumi Sicuri”  nata grazie al 1024px-John_Everett_Millais_-_Ophelia_-_Google_Art_ProjectProtocollo d’intesa sottoscritto ad Ottobre 2006 tra la Regione e le Province. Questo accordo prevede, nella prevenzione del rischio idrogeologico, il coinvolgimento degli enti tecnici territoriali, come l’A.I.Po (Agenzia Interregionale per il Fiume Po) e gli STER (sedi territoriali di Regione Lombardia che svolgono funzioni di gestione dei corsi d’acqua, polizia idraulica, difesa del suolo, pronti interventi per calamità e post emergenza). La pulizia concreta è affidata alle mani di associazioni e organizzazioni di volontari, quali la Protezione Civile e gli Alpini, e viene effettuata ogni anno in più occasioni.
Una pratica lontana dall’essere diffusa su tutta la penisola e ulteriormente complicata, anche nella nostra regione, perché vincolata dalla appartenenza dei terreni sui quali si andrà intervenire. Il reticolo idrico dell’area segnalata può essere infatti di competenza privata, comunale o consortile e dunque di volta in volta si dovrà fare riferimento a competenze diverse.
Insomma, anche se la questione è complessa, di fronte a tutti i cavilli burocratici rischiamo davvero di fare la fine di Ofelia e affogare in un “bicchiere d’acqua”.

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