Il canto delle cicale tra Kyoto e gli accordi Cina-USA

Il canto delle cicale tra Kyoto e gli accordi Cina-USA

ProtocolloKyotoNella celebre favola di Esopo, dopo aver ignorato gli ammonimenti della previdente formica, è l’arrivo dell’inverno a condannare l’oziosa cicala. Ciò che l’umanità dovrebbe guardare con timore non è decisamente il freddo, ma al contrario un preoccupante innalzamento della temperatura, dovuto alla concentrazione dei gas serra.

Un problema che accomuna tutti e che si cerca di combattere a livello globale da almeno 20 anni. Risale infatti al 1997,  il Protocollo di Kyoto, un trattato con il quale alcuni paesi industrializzati si impegnarono a limitare la produzione di gas serra per raggiungere, a livello globale, una riduzione delle emissioni fissata a circa il 5% rispetto al 1990. Un accordo firmato, come detto, nel lontano 1997, ma entrato in vigore solo nel 2005 poiché si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni che, nel complesso, producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti: condizione raggiunta solo con l’adesione della Russia in quell’anno.
Dopo la conclusione della prima fase (2008-2012) con l’accordo Doha, firmato a dicembre 2012, duranteindustry-80939_640 la Cop 18 di Doha in Quatar, è stato approvato un documento finale, il “Doha climate gateway”, che prolungava l’estensione del protocollo fino al 2020 ma con alcune importanti modifiche: il nuovo sistema “Kyoto 2″ è infatti basato in buona parte su obiettivi meno vincolanti.
Il problema è complicato dal fatto che già nel vecchio sistema di contrasto si contavano assenze importanti, prima fra tutte quella degli Stati Uniti responsabili, a inizio 2000, del 36,2% del totale delle emissioni di biossido di carbonio. Inoltre India e Cina, sebbene abbiano ratificato il protocollo, non sono tenute a ridurre le emissioni di anidride carbonica poiché, come altri paesi in via di sviluppo, non sono considerate fra i responsabili del periodo di industrializzazione, ritenuto causa dell’odierno cambiamento climatico.
Con la seconda fase del Protocollo di Kyoto, sono usciti dall’accordo anche Giappone, Nuova Zelanda, Canada e Russia: insomma “Kyoto 2″ copre solo il 15% circa delle emissioni di gas serra globali, con Australia, Norvegia, Svizzera ed Unione Europea, al primo posto. E nonostante quest’ultima abbia appena firmato un taglio del 40% delle emissioni inquinanti entro il 2030, proprio l’anno scorso per la prima volta è stata superata dalla Cina nel volume di emissioni pro-capite, perlomeno secondo i calcoli del Global Carbon Project, equipe di scienziati internazionali fondata nel 2001.

Insomma i due paesi più inquinanti al mondo, Cina e Stati Uniti, fino ad oggi non hanno China-air-pollutionpartecipato attivamente ai tagli previsti dal Protocollo di Kyoto. I due stati, responsabili della produzione di circa il 45% della CO2 emessa a livello mondiale, in questi giorni hanno però firmato uno storico accordo, fortemente sostenuto da John Kerry, Segretario di Stato americano intervenuto anche a Copehagen nel 2009, che li vede impegnati proprio nella riduzione dei gas serra.  Il 12 novembre, a Pechino, i leader Barack Obama e Xi Jinping hanno infatti dichiarato un piano di azione concreto: gli Stati Uniti si impegnano a ridurre le emissioni del 25-28 % entro il 2025, prendendo come baseline i dati del 2005, rispetto ai quali si è già registrata una diminuzione del 10 per cento circa. Per il colosso orientale invece si tratta del primissimo passo verso l’eliminazione dei gas serra: la Cina promette che dal 2030 il suo inquinamento comincerà a ridursi poiché, entro quella data, il 20% del consumo energetico dovrà essere basato su fonti “pulite”, si impegna cioè a sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con  impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.

imagesSi stima che l’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 – 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Il maggior successo però, è forse il fatto che il governo centrale cinese abbia iniziato a parlare di un limite massimo allo sfruttamento del carbone, che attualmente soddisfa più del 70 per cento del fabbisogno di energia del paese, ma che per la prima volta quest’anno ha visto una riduzione dei consumi (dell’1 per cento, secondo Greenpeace International).
Dopo la deludente esperienza di Copenhagen nel 2009, quando Cina e Stati Uniti si erano impegnate a cooperare ma non avevano concluso nulla di concreto, questo risultato fa sperare che si potrà raggiungere un accordo vincolante nel 2015 a Parigi, dove tutte le nazioni del mondo si riuniranno per la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite.

cambiamento_climatico_soluzioni_cambiamento_climatico_soluzioni_impatto_ambientale_clima_2Purtroppo infatti quanto fatto fino ad oggi non basta assolutamente: Chris Hope, analista delle politiche climatiche presso l’Università di Cambridge ha elaborato al computer i nuovi impegni di Stati Uniti e Cina, e quelli dell’Unione Europea, ipotizzando che nelle altre nazioni l’inquinamento continui a crescere. Il risultato è davvero sconcertante: la probabilità di mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto la fatidica soglia di due gradi entro il 2100 è infatti risultato inferiore all’1 per cento.
E’ necessario dunque uno sforzo anche da altri paesi grandi inquinanti, come Australia, Canada e Giappone, che hanno fatto un passo indietro nella lotta al riscaldamento globale, e India, che nel tentativo di emulare il successo economico cinese, consumerà sempre più carbone.

Speriamo che, come racconta la favola, le cicale non si limitino a cantare: questa volta infatti il pericolo non è l’inverno, ma una ‘estate’ troppo calda..

Leave a Reply

Your email address will not be published.