Responsabilità e consapevolezza: valori basilari anche nella manutenzione del verde pubblico e sui quali investire, secondo l’esperienza di Arnaldo Barni, dottore agronomo

Nel titolo sono sintetizzati gli obiettivi del D.M. 10/03/2020 riferiti a progettazione, creazione e manutenzione del verde. In particolare, nell’art. 2.b in cui, con riferimento al servizio di gestione e manutenzione del verde pubblico, si auspica l’attivazione di iniziative di coinvolgimento e partecipazione della cittadinanza, di cui si presenta una piccola esperienza.

L’esperienza insegna
Nota a tutti, la progettazione partecipata può risultare datata, ma non è tramontata. Negli anni ’80 Demetra Onlus ha sperimentato questa metodologia in un comune della Brianza che aveva attivato il Consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze (Ccr), strumento di coinvolgimento della fascia d’età tra 12 e 13 anni per l’esercizio della cittadinanza attiva. Nel caso concreto, l’amministrazione comunale voleva dare nuova vita a un’area verde residuale. Con la mediazione degli esperti del settore Educazione ambientale, si sono confrontati insegnanti (area scientifica, tecnica e umanistica), amministratori e tecnici comunali sul ricercare un significato e una funzione di quell’area. Individuato nella Fondazione Cariplo il finanziatore, sono state condotte indagini di tipo sociale con interviste condotte dai ragazzi ai cittadini per individuare i fruitori, i loro bisogni e caratterizzare l’area con servizi appropriati. Gli agronomi incaricati hanno organizzato incontri a scuola per individuare le specie arboree e arbustive da mettere a dimora, presentando ai ragazzi tutti i criteri di possibile scelta sotto il profilo della sostenibilità ambientale. Sono stati illustrati anche i vincoli e gli elementi tecnici legati alla progettazione di un’area verde (tra cui altezza dei marciapiedi, larghezza dei vialetti, accessi, rete idrica e sottoservizi). Dopo tre mesi di lavoro con tutti gli stakeholder, in cui sono state valorizzate le competenze di ognuno (cittadini, tecnici, insegnanti) ogni gruppo ha presentato il proprio progetto e una giuria finale ha scelto il migliore (Per ulteriori informazioni vedi: “La città è anche nostra” da scaricare direttamente da: www.demetra.net).
Apportati gli opportuni aggiustamenti di tipo tecnico-esecutivo, l’amministrazione ha realizzato l’area come da progetto. Negli studenti quest’esperienza ha lasciato la soddisfazione di essere stati considerati seriamente dagli adulti (aspetto sempre meno scontato oggi), l’aver testato la capacità di mediazione di esigenze e interessi plurimi. Dover pensare a dove posizionare un cestino dei rifiuti, pensando ai futuri utilizzatori potrà servire all’adulto del futuro, ad avere maggiore senso civico a partire dai piccoli gesti.

Senso di responsabilità

È stata un’esperienza di autoeducazione caratterizzata da interdisciplinarietà e trasversalità dei saperi economici (il buon uso delle risorse), sociali (l’unione di bisogni e risposte concrete), scientifici (scelta delle specie arboree e arbustive coerenti al sito). Sono temi riportati alla ribalta dal D.M. nell’Allegato 1; tra gli obbiettivi della revisione dei Cam, è indicato quello della visione olistica, dell’approccio integrato alla gestione del verde.
Spostando la questione alle aziende che svolgono la manutenzione del verde, potrebbe sorgere la domanda su quali rapporti esse abbiano con l’educazione ambientale, in quanto “semplici” manutentori. Perché nel concorso ad appalti pubblici esse devono sottoporsi al giogo dei criteri premianti tra i quali quello dell’educazione ambientale, non essendo insegnanti, educatori, guardie ecologiche né guide naturalistiche? Il Covid-19 insegna che “nessun uomo è un’isola”, il comportamento individuale determina eventi complessivi, globali le cui conseguenze ricadono su tutti. Come mettere allora insieme manutenzione del verde ed educazione ambientale? Le aziende devono acquisire le seguenti competenze: avere una responsabilità sociale d’impresa e sapere che si sta intervenendo su un bene comune e avere la consapevolezza che le scelte tecniche manutentive avranno un’influenza sul patrimonio verde (un bene comune).

Etica e cultura

Le imprese del verde devono avere anche una cultura del verde. La consapevolezza che un’azienda è chiamata a gestire in un tempo normalmente breve (della durata di un appalto) un bene comune (qual è il verde pubblico) deve guidarne le scelte. Scelte che non potranno essere dettate dalla riduzione al massimo dei costi di esecuzione del servizio, attraverso l’uso di macchine obsolete o personale non qualificato (e/o irregolare) o tecniche esecutive approssimative. Le scelte tecniche condizionano e condizioneranno lo sviluppo e la conservazione di quel bene e la sua efficienza nel contribuire al benessere collettivo (attraverso i servizi ecosistemici). Anche gli amministratori pubblici sono chiamati in causa per via della scellerata scelta del massimo ribasso, che giustifica poi la minima cura del bene da parte dell’imprenditore, per avere un minimo di redditività. Le cose potrebbero stare diversamente grazie al senso di responsabilità degli agronomi nella stesura dei piani per il verde. Chi ha mai detto che i tappeti erbosi debbano essere come campi da golf con 8-10 sfalci all’anno, perdendo in questo modo le fioriture, il valore di biodiversità e abbassando la capacità di catturare i microparticolati? Quindi, da un lato gli agronomi facciano bene la loro parte nel sostenere una scelta tecnica e dall’altro, le imprese del verde si attrezzino per attivare azioni di tipo educativo nelle scuole, con gli abitanti del quartiere, del paese, per spiegare e far capire il perché delle scelte.

Funzionalità ambientale

La rivoluzione verde è passare da un criterio pseudoestetico a un criterio di funzionalità ambientale orientato alla sostenibilità. Per fare ciò bisogna fare conoscere, sperimentare, confrontarsi con visioni più tradizionali e consolidate, coinvolgere nei percorsi di conoscenza anche la sfera delle emozioni, fare cioè educazione ambientale.
I manutentori non devono, per obbligo, diventare educatori ambientali, ma devono sapere che il loro lavoro deve contenere questa visione, e di conseguenza delegarla o attuarla (sarebbe meglio) in prima persona. È una visione questa che, attraverso la manutenzione del verde, sensibilizza i cittadini e la comunità a maggiore responsabilità e attenzione alle questioni ambientali e al buon governo del territorio. Le imprese devono tornare a fare cultura del verde.
La seconda competenza richiesta alle imprese, che dovrebbe essere obbligatoria, è quella relativa alla cura e allo sviluppo delle abilità professionali degli operatori. Anche questa è cultura d’impresa perché è valorizzazione delle risorse umane, del loro “capitale umano”. Gli operatori che eseguono la manutenzione del verde pubblico devono sapere che le loro scelte tecniche condizioneranno nel bene e nel male il futuro della pianta, dell’arbusto, del prato e la loro funzione ecosistemica.
La conoscenza dei Cam non deve essere solo dichiarata al momento della partecipazione in gara, per assolvere a una richiesta del disciplinare, ma praticata e verificata nell’esecuzione del servizio. Solo così sarà possibile che i Cam contribuiscano realmente al processo di miglioramento dell’ambiente e al cambiamento dei comportamenti individuali, che passano attraverso la diffusione e la contaminazione dei saperi, individuali e di impresa. Quello dell’educazione ambientale, proprio perché l’azione educativa coinvolge la persona nella sua interezza, conoscenze, abilità, emozioni e valori, diventa una leva efficace per riorientarci verso un futuro sostenibile. Il contributo al cambiamento dei manutentori del verde non è solo potare gli alberi e tagliare l’erba, ma far capire perché queste azioni vengono compiute e come possono migliorare l’ambiente e il benessere dell’uomo.

Manutenzione ed educazione ambientale:
un legame forte

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